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SUMMARY:Stavolta e mai più
DESCRIPTION:Ideazione Elio D’Alessandro\, Edoardo Palma\, Emanuele Gaetano Forte.\nRegia Simone Schinocca\, Edoardo Palma.\nScenografie Diana Ciufo.\nProduzione Tedacà \nInterpreti Elio D’Alessandro“Come il ghiaccio coi cocktail” è un monologo teatrale interpretato da Elio D’Alessandro e tratto da un omonimo racconto di Emanuele Gaetano Forte\, con la regia di Simone Schinocca ed Edoardo Palma.\nEstate\, sabato sera alla pineta. Michele ha vent’anni e un’estrazione proletaria. Quella sera\, per permettersi i cocktail\, le scarpe\, gli scooter\, le camicie e tutto ciò che invidia ai suoi coetanei di diversa estrazione sociale\, decide di vendere le collanine della comunione e partire alla volta di Napoli per investire il ricavato in fumo da spacciare. Una storia semplice o per lo meno abbastanza frequente. Quello che lo spettacolo vuole raccontare è tutto ciò che sta dietro una vicenda come questa\, lo scarto tra i due universi che vi si scontrano. Da un lato il mondo delle berline basse\, delle ragazzine sui tacchi e degli aperitivi sulla spiaggia al tramonto: un mondo da spot pubblicitario\, da ammirare in lontananza\, che fa esplodere i bisogni. Dall’altro il mondo reale\, quello in cui la benzina costa più di 1 e 70 al litro\, dove un pacchetto di sigarette costa 4 euro e 50\, dove una camicia di lino Harmont & Blaine costa 150 euro e «tua madre dopo che te l’ha comprata ti dice: stavolta e mai più…».\nElio D’Alessandro – unico attore in scena – racconta proprio questo\, calando lo spettatore\, oltre che in una storia\, in un contesto nel quale i messaggi ossessivi cambiano le prospettive e le proporzioni della realtà. Uno spettacolo pop\, in tutti i sensi\, che delinea il contrasto tra la vita vera e quella solo immaginata.
URL:https://www.teatrodei3mestieri.it/event/stavolta-e-mai-piu-2/
LOCATION:Teatro dei 3 Mestieri\, S.S. 114 Km 5\,600 – Via Roccamotore\, Messina\, ME\, 98128
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SUMMARY:Il Circo Capovolto
DESCRIPTION:di e con Andrea Lupo\ndall’omonimo romanzo di Milena Magnani\nregia Andrea Paolucci\nproduzione Teatro delle Temperie \nvincitore del Roma Fringe Festival 2017\ncome MIGLIOR ATTORE\nPREMIO DEL PUBBLICO\nMIGLIOR DRAMMATURGIA\nvincitore del bando MAZINGA 1°edizione \nUno spettacolo intenso ed emozionante. Un vortice in cui memoria\, appartenenza\, famiglia e sangue si mescolano a guerra\, deportazioni\, tradimenti\, fughe e vendette.\nDue storie parallele ma strettamente intrecciate\, quella di Branko e quella di suo nonno Nap’apò\, due generazioni di rom in questa Europa in cui le etnie nomadi hanno vissuto e vivono ancora vite separate\, vite “a parte”. Una generazione è finita nei campi di concentramento\, la successiva nei campi rom alle periferie delle grandi città. Branko Hrabal in fuga dall’Ungheria si rifugia in un campo rom in Italia. Porta con\nsé dieci scatoloni contenenti quel che rimane del famoso circo ereditato da suo nonno. \nCirco che ha dovuto bruscamente interrompere la sua attività durante la Seconda Guerra Mondiale\, quando i nazisti ne hanno prima rinchiuso e poi sterminato tutti gli artisti. Branko non sa che farsene di questa eredità pesante ed ingombrante. Ma nel campo trova un gruppo di bambini curiosi che lo obbligano a raccontare la storia di quel circo\, che è la storia della sua famiglia e che è in sintesi la storia dell’Europa da cui tutti discendiamo. Branko si trova così a ripercorrere l’epopea della propria famiglia\, dalla gioia\, dall’incantamento e\ndallo stupore che il circo di suo nonno sapeva portare in giro per tutta Europa\, fino alla fuga\, alle deportazione\, alla reclusione e allo sterminio. Sette bambini lo ascoltano con occhi pieni di incantamento e trovano finalmente fra un trapezio\, cinque clave e qualche vecchio costume una nuova speranza di riscatto e di felicità. Fra gente del campo che non è neppure più in grado di immaginare un domani per sé e per la propria famiglia c’è ancora invece chi riesce a vedere una possibilità di futuro: quei sette bambini che trasformano la storia della famiglia di Branko in energia nuova e voglia di riscatto. Nascosti nelle cantine di un vecchio palazzo abbandonato\, ispirati da Branko lavorano sodo e alla fine riescono a dar vita ad un nuovo circo… un loro nuovo circo… un circo sottoterra…un circo capovolto. \nnote di regia \nIncontro il testo di Milena perché me lo regala una mia giovane amica. Ha gli occhi ancora rossi per la commozione e mi dice che è un romanzo “scritto apposta per te: parla di bambini\, circhi e campi Rom”. Inizio la lettura un po’ scettico: cosa c’entro io con questo Branko\, e con Senija\, Ibrahim e il vecchio Nap apó e il suo strampalato Kék Cirkusz? E mentre mi faccio queste domande leggo di padri e figli\, di regole dure da rispettare e giuramenti difficili da mantenere. Ed è una favola\, ed è una parabola\, ed è un romanzo\, ed è una confessione. Ed è ironico\, ed è malinconico\, ed è comico\, ed è cattivo. Ed è leggero\, magico e ti si appiccica dentro facendoti vacillare\, inesorabilmente. E sembra proprio scritto per te. Arrivo in fondo tutto d’un fiato e proprio in quel momento mi chiama Andrea Lupo e mi dice “ho finalmente trovato il testo giusto per lavorare insieme”. Mi asciugo gli occhi e rispondo d’un fiato: “Arrivo!”.
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SUMMARY:Mari
DESCRIPTION:con Cinzia Muscolino e Tino Caspanello\ncostumi: Cinzia Muscolino\nscena e regia: Tino Caspanello\nProduzione Teatro Pubblico Incanto \n“Delizioso duetto musicale in dialetto messinese\, dedicato dall’autore a coloro che amano senza parole\, mentre vede prolungarsi un ripetuto breve addio\, sulle rive del mare\, tra un marito ansioso di restare solo a pescare e la moglie che continua a rinviare il rientro in cucina\, riattaccando il discorso. Anche qui vibra una voce spasmodicamente interessata al linguaggio\, che tende la rete invisibile di un sortilegio amoroso a imprigionare coi ritmi della sua partitura il movimento\, legando le due figurine struggenti nel notturno marino.” \n                                                                                                                                                                                                       La Giuria del Premio Riccione  \nUn uomo e una donna\, il mare; una lingua\, quella siciliana\, che non permette di esprimere tutte le profondità di un sentire\, una lingua fatta di necessità quotidiane\, che possiede solo il presente\, dilatato nel testo sulla linea che separa mare e terra\, su questo limite mutevole che attrae l’uno e respinge l’altra. “Mari” è quasi una partitura musicale nella struttura e nel suono delle parole accompagnate dal lento ritmo di un calmo mare notturno. Quante volte in riva al mare abbiamo parlato di Dio e del mondo\, o del nostro pane quotidiano. E accade che l’uomo e la donna si parlano\, non lo fanno quasi mai\, e si sorprendono del loro parlare e anche del loro cantare insieme a quelle materie che solo se le conosci bene ti aiutano ad amare\, anche senza la necessità di dirlo. E’ proprio per scoprire di quale materia siamo fatti che l’uomo invita la compagna a toccare il mare\, quell’acqua scura che fa orrore e affascina allo stesso tempo\, quell’elemento che ha permesso loro di parlarsi. E quando la donna\, arrivata là apparentemente per caso\, comincia ad avvicinarsi all’uomo che ama e che se ne sta solo a pensare sulla spiaggia\, ecco che i due sciolgono finalmente i nodi che nessuna lingua potrà mai sciogliere\, in parole che nessun suono potrà mai restituirci. \n*Evento che sostituisce lo spettacolo Met For Mina programmato inizialmente 10\, 11 e 12 Gennaio 2020 e che verrà riprogrammato nella prossima stagione del Teatro dei 3 Mestieri 2020/21 
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DESCRIPTION:BAR STELLA\nScritto e diretto da Tino Caspanello\ncon Francesco Biolchini\, Tino Calabrò\, Cinzia Muscolino\nscene e costumi Cinzia Muscolino\nassistente alla regia Maria Rosa Biginelli\nProduzione Teatro Pubblico Incanto \nBar Stella\, la periferia di una grande città\, solitudini che cercano una luce sotto la quale incontrarsi e potere dipanare la matassa di vite che altrimenti scorrerebbero una accanto all’altra senza mai dialogare\, due fratelli che si cercano\, due fratelli il cui destino sembra fondersi in un’unica soluzione e una donna\, la proprietaria del bar\, che rielabora la routine di giorni sempre uguali\, cercando di trattenere accanto a sé il mondo che scorre davanti ai suoi occhi. E ci sono le parole\, pesanti a volte\, le parole che non vorremmo mai sentirci dire\, quelle che fanno male\, e quelle che salvano e restituiscono agli uomini la loro dignità e il coraggio di guardare oltre l’apparente insensatezza dell’agire umano.
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SUMMARY:Il Natale di Harry
DESCRIPTION:Di Steven Berkoff\ndiretto e interpretato da Nicola Alberto Orofino\nProduzione MezzARIA teatro \nHarry è un uomo solo di 40 anni nell’Inghilterra degli anni ’80. Sono gli anni del consumismo sfrenato\, dei party eccentrici\, dei concerti di massa…La solitudine non è contemplata\, è da sfigati\, non essere all’ordine del giorno. La ricerca affannata di comitive e brigate sembra essere il solo scopo della vita. Anche Harry vorrebbe essere cosi\, un ragazzo normale degli anni ’80. Vorrebbe avere una ragazza\, degli amici\, qualcuno con cui scambiare due parole\, bere un drink…Harry non ha niente di tutto questo. Perché? Non importa sapere perché…Harry è diverso\, scontento e in crisi nera perché è diverso\, perché è solo. Gli anni ’80 sono per il conformismo\, nessuno spazio è previsto per altro… \nE poi arriva Natale\, il periodo dell’anno in cui tutto si amplifica. Le feste\, i regali\, i biglietti d’auguri\, i pranzi\, le giocate a carte\, le riunioni…La solitudine di Harry di ingigantisce e diventa insopportabile…
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SUMMARY:Il Natale di Harry
DESCRIPTION:Di Steven Berkoff\ndiretto e interpretato da Nicola Alberto Orofino\nProduzione MezzARIA teatro \nHarry è un uomo solo di 40 anni nell’Inghilterra degli anni ’80. Sono gli anni del consumismo sfrenato\, dei party eccentrici\, dei concerti di massa…La solitudine non è contemplata\, è da sfigati\, non essere all’ordine del giorno. La ricerca affannata di comitive e brigate sembra essere il solo scopo della vita. Anche Harry vorrebbe essere cosi\, un ragazzo normale degli anni ’80. Vorrebbe avere una ragazza\, degli amici\, qualcuno con cui scambiare due parole\, bere un drink…Harry non ha niente di tutto questo. Perché? Non importa sapere perché…Harry è diverso\, scontento e in crisi nera perché è diverso\, perché è solo. Gli anni ’80 sono per il conformismo\, nessuno spazio è previsto per altro… \nE poi arriva Natale\, il periodo dell’anno in cui tutto si amplifica. Le feste\, i regali\, i biglietti d’auguri\, i pranzi\, le giocate a carte\, le riunioni…La solitudine di Harry di ingigantisce e diventa insopportabile…
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SUMMARY:Un cottage tutto per sé
DESCRIPTION:di e con Natalia Magni\nregia di Sonia Barbadoro\nProduzione Magnitudo nove \nUna madre ossessiva\, un’amica preoccupata\, un sogno da realizzare. Sono gli elementi che trainano la vita di Orsetta: una quasi quarantenne in cerca di stabilità\, attraverso incontri mancati\, regali inaspettati e nuove partenze. Una commedia leggera\, di piccoli inciampi e grandi passaggi\, alla ricerca del solo luogo dove sentirsi veramente a casa.
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SUMMARY:Io\, Sarah. Ultime ore di Sarah Kane
DESCRIPTION:Tratto dal romanzo di Francesca Auteri “Ultime ore di Sarah Kane” edito da VME\nRiduzione e Adattamento Giovanni Arezzo e Alice Sgroi\ncon Alice Sgroi\nRegia Giovanni Arezzo\nAssistente alla regia Gabriella Caltabiano \nTratto dal romanzo di Francesca Auteri\, Io\, Sarah. Ultime ore di Sarah Kane è un monologo post-mortem in cui a parlare è Sarah Kane\, drammaturga inglese morta suicida a ventotto anni\, uccisa dalla solitudine e dalla mancanza di amore. \nDopo essersi strangolata con i lacci delle sue scarpe nel bagno dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata\, nel tentativo di liberarsi delle sue ossessioni\, Sarah – non-morta e in un non-luogo definito solo dallo scorrere del tempo – si ritrova a dover fare i  conti con i suoi mostri\, perseguitata dai pensieri che sono stati causa del suo stesso suicidio. \nTra ricordi\, visioni e rimandi al suo teatro\, Io\, Sarah è un viaggio intimo tra le riflessioni di una donna appassionata e fragile\, tanto capace di dare amore quanto desiderosa di riceverne\, in bilico tra dannazione e salvezza\, e che si ritrova costretta a dover decidere il proprio destino anche dopo la morte. \nNOTE DI REGIA \nIo\, Sarah è una grande e terribile storia d’amore e solitudine. Una storia d’amore matto e disperatissimo. L’amore sa dare la vita\, ma sa anche toglierla\, sa guarire le ferite dell’anima o colpirla – l’anima – a morte. È questo amore estremo e straziante la goccia di veleno che – nel nostro gioco teatrale – ha fatto traboccare il vaso già colmo di disagio e lacrime di Sarah.\nSarah è Sarah Kane\, drammaturga inglese tra le più sconvolgenti e importanti per la drammaturgia contemporanea\, oltre che per la mia storia artistica\, che a ventotto anni ha deciso di togliersi la vita strangolandosi con i lacci delle sue scarpe\, nel bagno dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata.\nÈ qui che comincia la nostra storia: Sarah è già morta\, Sarah è appena morta. Eppure pensa e parla e soffre e vuole fumare. Uno scarafaggio\, una crepa sul muro\, un foglio di carta con su scritta una lettera\, sono i suoi unici interlocutori. E poi c’è lei\, l’altra. L’amore infinito di Sarah\, il suo centro e la sua musa. Nominata e invocata e maledetta\, continuamente. Però\, lei\, in realtà non c’è\, ed è proprio questo il dramma. Lei che c’era ma non abbastanza\, che si fa aspettare invano\, che sa amare ma non vuole\, o vuole amare ma non sa.\nPer sensibile intelligenza teatrale e meravigliosa violenza emotiva\, Alice Sgroi è la mia Sarah ideale\, che si muove e agisce in un non-luogo deserto che non ha mai visto ma che conosce a menadito\, incastrata nelle debolezze della sua stessa esistenza\, ma con una voglia matta e\, in qualche modo\, nuova di chiudere questo devastante cerchio di fuoco che le ha infiammato il cuore\, tra i baci e gli schiaffi. Un cerchio che può chiudersi solo\, come tradizione comanda\, con una struggente e liberatoria lettera d’amore.\n«Non è vero che da morti non si soffre\, è solo diverso».\nGiovanni Arezzo
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