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Tratto dal romanzo di Francesca Auteri “Ultime ore di Sarah Kane” edito da VME
Riduzione e Adattamento Giovanni Arezzo e Alice Sgroi
con Alice Sgroi
Regia Giovanni Arezzo
Assistente alla regia Gabriella Caltabiano

Tratto dal romanzo di Francesca Auteri, Io, Sarah. Ultime ore di Sarah Kane è un monologo post-mortem in cui a parlare è Sarah Kane, drammaturga inglese morta suicida a ventotto anni, uccisa dalla solitudine e dalla mancanza di amore.

Dopo essersi strangolata con i lacci delle sue scarpe nel bagno dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata, nel tentativo di liberarsi delle sue ossessioni, Sarah – non-morta e in un non-luogo definito solo dallo scorrere del tempo – si ritrova a dover fare i  conti con i suoi mostri, perseguitata dai pensieri che sono stati causa del suo stesso suicidio.

Tra ricordi, visioni e rimandi al suo teatro, Io, Sarah è un viaggio intimo tra le riflessioni di una donna appassionata e fragile, tanto capace di dare amore quanto desiderosa di riceverne, in bilico tra dannazione e salvezza, e che si ritrova costretta a dover decidere il proprio destino anche dopo la morte.

NOTE DI REGIA

Io, Sarah è una grande e terribile storia d’amore e solitudine. Una storia d’amore matto e disperatissimo. L’amore sa dare la vita, ma sa anche toglierla, sa guarire le ferite dell’anima o colpirla – l’anima – a morte. È questo amore estremo e straziante la goccia di veleno che – nel nostro gioco teatrale – ha fatto traboccare il vaso già colmo di disagio e lacrime di Sarah.
Sarah è Sarah Kane, drammaturga inglese tra le più sconvolgenti e importanti per la drammaturgia contemporanea, oltre che per la mia storia artistica, che a ventotto anni ha deciso di togliersi la vita strangolandosi con i lacci delle sue scarpe, nel bagno dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverata.
È qui che comincia la nostra storia: Sarah è già morta, Sarah è appena morta. Eppure pensa e parla e soffre e vuole fumare. Uno scarafaggio, una crepa sul muro, un foglio di carta con su scritta una lettera, sono i suoi unici interlocutori. E poi c’è lei, l’altra. L’amore infinito di Sarah, il suo centro e la sua musa. Nominata e invocata e maledetta, continuamente. Però, lei, in realtà non c’è, ed è proprio questo il dramma. Lei che c’era ma non abbastanza, che si fa aspettare invano, che sa amare ma non vuole, o vuole amare ma non sa.
Per sensibile intelligenza teatrale e meravigliosa violenza emotiva, Alice Sgroi è la mia Sarah ideale, che si muove e agisce in un non-luogo deserto che non ha mai visto ma che conosce a menadito, incastrata nelle debolezze della sua stessa esistenza, ma con una voglia matta e, in qualche modo, nuova di chiudere questo devastante cerchio di fuoco che le ha infiammato il cuore, tra i baci e gli schiaffi. Un cerchio che può chiudersi solo, come tradizione comanda, con una struggente e liberatoria lettera d’amore.
«Non è vero che da morti non si soffre, è solo diverso».
Giovanni Arezzo